I giovani, la domanda di senso ed il volontariato

Ai giovani che si impegnano nel servizio gratuito ai più fragili vanno garantiti spazi reali di protagonismo, di responsabilità, di parola

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Quando parliamo di volontariato oggi, forse la prima cosa da fare è chiarire di quale volontariato stiamo parlando.

Perché il volontariato non è qualcosa di immobile: è un corpo vivo, che cambia con la società, che si trasforma insieme alle persone che lo attraversano.

Il volontariato di oggi non è più soltanto risposta a un bisogno immediato delle persone più fragili.

È lettura del presente, è presa di posizione, è capacità di stare dentro le fratture del nostro tempo. E se vogliamo davvero capirne e parlare di evoluzione, non possiamo che farlo partendo dal volontariato giovanile.

Il Centro Comunitario Agape, fondato da Don Italo Calabrò nel 1968, nasce così. Nasce con i giovani e continua ad essere, ancora oggi, un presidio e un punto di riferimento per le nuove generazioni.

Non un luogo che chiede ai giovani di adattarsi, ma una comunità che cresce insieme a loro, che li riconosce come soggetti attivi e non come destinatari passivi.

Non solo per dare una mano

Prendersi cura dei giovani, per Agape, non è mai stato un progetto tra tanti.

È una missione.

Ed è la missione che ci ha tenuti vivi per sessant’anni di storia: perché ogni volta che siamo riusciti a restare giovani, siamo riusciti anche a restare fedeli ai nostri valori.

Nell’esperienza di Agape, e nel mio lavoro quotidiano con i giovani, abbiamo visto chiaramente una trasformazione profonda: il volontariato si è fatto attivismo, è diventato presa di parola, è diventato questione di diritti.

I giovani non arrivano più solo per “dare una mano”.

 Arrivano perché cercano senso.

 Arrivano perché sentono un’ingiustizia e non vogliono restare a guardare.

 Arrivano perché hanno bisogno di ritrovarsi, di riconoscersi, attraverso azioni concrete.

Ed è proprio così che siamo riusciti a coinvolgerli: non chiedendo loro di adattarsi a schemi preesistenti, ma offrendo spazi reali di protagonismo, di responsabilità, di parola.

Spazi in cui poter dire “questa cosa mi riguarda”.

Per molti giovani, oggi, esserci significa stare in prima linea. Significa esporsi, metterci il corpo, la voce, le emozioni. Significa non delegare ad altri la cura della comunità.

Le domande a cui dare risposta

Il pensiero di figure di riferimento emblematiche del volontariato come Luciano Tavazza, fondatore del Mo.V.I., e don Italo Calabrò torna ad essere straordinariamente attuale.

Ci hanno insegnato che il volontariato non può ridursi a un ruolo di supplenza o di compensazione delle mancanze dello Stato, coniando un’espressione forte e provocatoria: “non siamo i barellieri dello Stato”.

Con questo intendendo che il volontariato non deve limitarsi a tamponare i problemi, ma deve avere il coraggio di interrogare le cause, di denunciare le ingiustizie, di generare cambiamento. Un volontariato consapevole, capace di stare nella polis, nella dimensione pubblica, senza perdere la propria autonomia. Ecco che la solidarietà supera la dimensione neutra dell’atto puramente caritativo e diventa responsabilità politica, nel senso più alto del termine: costruire comunità, rafforzare legami, trasformare i bisogni in diritti.

Ed è esattamente questo che ritroviamo nel volontariato giovanile di oggi. Un volontariato che non chiede solo “cosa posso fare?”, ma anche “perché le cose stanno così?” e “come possiamo cambiarle insieme?”.

Agape, nel lavoro con i giovani, prova a muoversi in questa direzione, che è poi quella che ci ha insegnato don Italo: tenere insieme l’etica dell’impegno con la radicalità delle domande nuove. Accettare che il volontariato sia anche scomodo, politico, a volte faticoso. Ma proprio per questo profondamente vivo. I giovani non cercano eroi né organizzazioni perfette. Cercano adulti e comunità capaci di esserci davvero, di condividere il cammino, di non sottrarsi alle domande, anche quando non hanno risposte semplici. E forse la sfida più grande per il volontariato oggi è proprio questa: non limitarsi a includere i giovani, ma lasciarsi cambiare da loro.

Esserci insieme

Lo scambio intergenerazionale è fare insieme, ma soprattutto esserci insieme. È stare fianco a fianco, nello stesso tempo e nello stesso spazio, mettendo in comune l’esperienza di chi ha camminato prima e la visione di chi guarda avanti.

Perché il volontariato non vive solo di azioni, vive di presenza. Vive dell’essere punti di riferimento, dell’assumersi una responsabilità condivisa, del restare anche quando è faticoso. Un volontariato in cui nessuno prende il posto di nessuno, ma in cui generazioni diverse camminano insieme, costruendo senso, fiducia e futuro.

Solo così il volontariato resta vivo: non quando ci limitiamo a fare qualcosa, ma quando scegliamo di esserci, insieme, come comunità.

Perché, come ci ha insegnato Luciano Tavazza, il volontariato non serve solo a “fare il bene”, ma a costruire una società più giusta.

E senza i giovani, e senza questo patto tra generazioni, questo futuro semplicemente non esiste.

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