Vietare i social ai minori non basta, la vera sfida è educare gli adulti

La proposta della Commissione europea di introdurre limiti più stringenti all’accesso ai social media per i minori riaccende un dibattito che, periodicamente, torna ad occupare le pagine dei giornali

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Recentemente, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per motivare la sua condivisione delle restrizioni per i bambini e i preadolescenti circa l’uso dei social, ha fatto un’affermazione difficile da contestare: “I social non sono un giocattolo.”

È vero.
E’ altrettanto vero, però, che un social network non diventa pericoloso solo perché esiste, diventa pericoloso quando chi dovrebbe accompagnare i ragazzi nel suo utilizzo non possiede gli strumenti per farlo, e penso che questo sia stato ribadito più e più volte dagli addetti ai lavori.
Negli ultimi anni diversi Paesi hanno già scelto la strada del divieto o di forti limitazioni per i minori. È una scelta legittima, che nasce dalla volontà di proteggerli. Tuttavia, è ancora presto per comprenderne gli effetti nel lungo periodo; non sappiamo ancora se il divieto, da solo, riuscirà davvero a costruire una relazione più sana con il digitale o se, invece, sposterà semplicemente il problema altrove.

Da chi lavora ogni giorno con adolescenti, famiglie e scuole emerge una convinzione piuttosto chiara:il problema nasce molto prima del primo account su un social, nasce in una società che ha vissuto una rivoluzione digitale rapidissima.

Adulti impreparati

Genitori, nonni, zii si sono ritrovati improvvisamente catapultati in un mondo completamente nuovo, nessuno li ha preparati a comprendere algoritmi, gaming online, dipendenza da notifiche, cyberbullismo, adescamento, disinformazione o manipolazione dei contenuti. Hanno dovuto imparare mentre tutto cambiava, spesso senza alcun supporto.

Noi millennial (scusate se parlo sempre della mia magnifica generazione) cresciuti negli anni Novanta, abbiamo vissuto una transizione diversa, abbiamo conosciuto internet quando era ancora il computer di casa, abbiamo aspettato il rumore del modem che si collegava alla rete, siamo passati a MSN, ai primi social network e poi agli smartphone. Non significa essere automaticamente più competenti, ma aver attraversato in prima persona questo cambiamento ci permette e ci ha permesso spesso, di riconoscere dinamiche che per altre generazioni sono arrivate tutte insieme e senza istruzioni. Per tale ragione ritengo che il tema non sia soltanto impedire ai ragazzi di accedere ai social. Il tema (forse) è costruire competenze.

Io faccio personalmente sempre questo esempio: se una persona vuole guidare un’automobile, nessuno si sogna di consegnarle le chiavi se non ha la patente, che si consegue dopo aver frequentato un corso, studiato il codice della strada e superato un esame, perchè sappiamo tutti che guidare comporta dei rischi e si preparano le persone ad affrontarli. Nel mondo digitale, invece, accade spesso il contrario, consegniamo ai bambini uno smartphone senza una vera educazione al suo utilizzo; apriamo le porte a piattaforme progettate per catturare attenzione e tempo, ma raramente accompagniamo famiglie e figli nella comprensione dei meccanismi che ci sono dietro.

L’educazione digitale non dovrebbe iniziare quando emerge un problema, ma dovrebbe diventare parte integrante del percorso educativo delle famiglie, delle scuole e dell’intera comunità.

C’è poi un altro aspetto che troppo spesso dimentichiamo o forse noi adulti, presi dalla nostra vita frenetica non ce ne accorgiamo neanche. Qualche giorno fa riflettevo su come i preadolescenti di oggi abbiano progressivamente perso quegli spazi narrativi costruiti per la loro età. Noi siamo cresciuti con programmi televisivi, film e serie che raccontavano l’adolescenza con i suoi tempi, i suoi dubbi e i suoi linguaggi. Penso ai prodotti Disney, a serie come Hannah Montana o Lizzie McGuire: mondi imperfetti, certo, ma pensati per accompagnare una fase delicata della crescita.

Non possiamo delegare agli algoritmi l’educazione dei minori

Oggi quei luoghi esistono sempre meno, le piattaforme digitali e i social propongono contenuti che parlano prevalentemente agli adulti o che, comunque, espongono bambini e ragazzi a modelli estetici, relazionali e sessuali che un tempo arrivavano molto più tardi. L’algoritmo non conosce le tappe evolutive conosce solo ciò che cattura attenzione.

Il risultato è che molti ragazzi finiscono per saltare una fase fondamentale della crescita, costruendo la propria identità all’interno di uno spazio dove immagine, popolarità e approvazione sembrano avere più valore della scoperta di sé.

E allora mi chiedo: se da una parte discutiamo di vietare i social ai minori e, dall’altra, continuiamo a lasciare che siano gli algoritmi a riempire quel vuoto educativo, chi si prende davvero cura della loro crescita? Perché educare non significa solo proteggere da ciò che fa paura, significa dare strumenti per comprendere la realtà, sviluppare spirito critico e imparare a scegliere. Vale per l’affettività, vale per i social, vale per il gaming, vale per l’intelligenza artificiale.

La vera domanda, quindi, non è se vietare o meno, la domanda che io mi pongo è: vogliamo davvero proteggere i ragazzi togliendo loro l’accesso agli strumenti, oppure vogliamo assumerci, come comunità educante, la responsabilità di accompagnarli nel loro utilizzo?

C’è un’ulteriore riflessione che mi porto dietro. Proprio l’altro giorno ho aperto, quasi per curiosità, la sezione “Tempo di utilizzo” del mio smartphone. Tra lavoro e vita personale il numero che ho trovato mi ha lasciata sorpresa. Ore. Tante ore. Molte più di quelle che avrei immaginato. Eppure, utilizzo quotidianamente i social e gli strumenti digitali anche per professione. Pensavo di avere una buona consapevolezza del tempo trascorso online, invece mi sono resa conto che, quasi senza accorgermene, un messaggio su WhatsApp diventa una notifica da controllare, poi uno scroll veloce su Instagram, poi LinkedIn, poi una ricerca su Google. Cinque minuti diventano venti. Venti diventano un’ora. Se questo succede a noi adulti, che (già) abbiamo strumenti culturali e professionali per riconoscere queste dinamiche, come possiamo pensare che un bambino o un adolescente riesca a farlo da solo?

Forse il problema non è soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo, Il problema è che raramente ci fermiamo a chiederci perché stiamo prendendo in mano il telefono; era davvero necessario aprire quell’app? Stavamo cercando un’informazione o abbiamo semplicemente seguito una notifica? Quanto di quel tempo è stato utile e quanto, invece, è stato guidato da automatismi progettati per catturare la nostra attenzione?

Sono domande che dovremmo iniziare a porci tutti, anche noi adulti. Perché la consapevolezza digitale non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, bensì un esercizio quotidiano.

Forse il punto non è decidere se vietare o permettere, forse il vero punto è chiederci se stiamo dando agli adulti gli strumenti per essere davvero adulti anche nel mondo digitale. Perché nessun algoritmo potrà mai sostituire un genitore consapevole, un insegnante preparato o una comunità educante capace di accompagnare la crescita dei più giovani.

Dobbiamo iniziare a pensare che l’educazione al digitale non è un qualcosa che riguarda solo i più piccoli. E, di conseguenza, trovare il modo per dare fin da subito strumenti adeguati, per esempio partendo dai futuri genitori già durante i percorsi di accompagnamento alla nascita, fino ad arrivare alle famiglie nei servizi educativi per la prima infanzia; e nelle scuole attraverso momenti di formazione dedicati; nei consultori, nelle associazioni, negli oratori, nei centri di aggregazione. Ovunque si costruiscono relazioni educative dovrebbe esserci anche uno spazio per imparare a vivere il digitale

I social non sono un giocattolo. Su questo siamo tutti d’accordo, ma proprio perché non lo sono, non possiamo limitarci a chiuderli in un cassetto, dobbiamo insegnare a usarli.

*Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autrice dichiara che per li contenuti dell’articolo non si è avvalsa del contributo dell’Intelligenza Artificiale

*Le foto pubblicate sono generate con l’IA

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