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Liberi di scegliere, una sfida da rilanciare

Liberi di Scegliere è un progetto di grande valenza sociale e culturale che necessita, come tutte le esperienze innovative, di essere aggiornato e, ove occorre, modificato, traendo utili insegnamenti dalle esperienze fatte e rinforzando gli aspetti legati alla prevenzione nelle aree a rischio

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Nelle scorse settimane, NEM ha pubblicato una importante riflessione del giudice Francesco Tripodi a proposito del progetto denominato “Liberi di scegliere”, dove si segnalava il rischio ( connesso anche agli effetti distorsivi di una eccessiva semplificazione “televisiva”) che percorsi così faticosi e difficili, costruiti grazie all’impegno ed alla dedizione di quanti hanno dato vita a questa sperimentazione, possano essere considerati facilmente replicabili con la semplice adozione di qualche nuova norma di legge.

È una preoccupazione da condividere proprio a partire dai risultati positivi che sta dando sul campo la sperimentazione avviata dal Tribunale dei Minori di Reggio Calabria su impulso dell’allora presidente Roberto Di Bella, che si è tradotta in numerosi provvedimenti a tutela dei minori e, soprattutto, in circa 25 nuclei familiari aiutati ad andare via dalla Sicilia e dalla Calabria.

Credo di non sbagliare se individuo il fattore decisivo di questa innovativa strategia nella rete di collaborazione e supporto, costruita in poco tempo e in contesti difficilissimi con la collaborazione determinante dell’associazione Libera ed il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Un percorso che ha acceso un faro sulla condizione minorile e sulle donne nei contesti di mafia, come mai era stato fatto prima.

Sono stati adottati provvedimenti de potestate risolutivi per tante donne e i loro figli, che hanno pure agevolato percorsi di collaborazione con la giustizia: da Giuseppina Pesce ad Annina Lobianco, da Simona Napoli ad una ragazza di Melito Porto Salvo, tanto per citare i casi più eclatanti. Tante altre donne, pur non avendo apporti collaborativi da fornire, sono andate via con i loro figli in condizioni disperate, grazie all’apporto di Libera.

Ne è scaturita una risoluzione del CSM, la prima in tema di minori e mafie, che ha ritenuto una best practice l’orientamento giurisprudenziale e il protocollo con la Procura distrettuale è stato replicato in molte altre sedi giudiziarie. È seguito un accordo governativo firmato da cinque ministri e finanziato dalla CEI.

Quanto sopra per sottolineare che l’allargamento e la diffusione del progetto Liberi di Scegliere non è una cosa semplice, ma quanto mai complessa e delicata, che richiede l’impegno di più attori istituzionali e sociali, oltre che un monitoraggio puntuale su tutti i casi finora seguiti, traendo  utili insegnamenti anche dai casi negativi, come l’arresto di due rampolli delle famiglie mafiose della piana di Gioia Tauro e della Locride, inseriti nel programma liberi di scegliere (il secondo dei quali ,in particolare, ha anche ispirato l’omonimo film della RAI).

Raccolgo quindi gli stimoli offerti dal contributo del giudice Tripodi, e provo a dire la mia su come andrebbe migliorato il programma.

Un lavoro per le donne che abbandonano i clan

Innanzitutto, incrementando Il lavoro per le donne che decidono di rompere con il clan. È certamente questa una strada vincente da supportare anche con una specifica norma di legge, come da anni chiede don Ciotti. Libera segue decine di queste donne che vivono in fuga eterna, con il rischio di essere individuate e colpite: sono donne che, dicendo basta, stanno intaccando dal di dentro la criminalità organizzata; alcune sono ancora nel proprio territorio in attesa di interventi istituzionali, ed è un rischio inaccettabile: per questo servirebbe un intervento del legislatore, una terza via, che consenta di tutelare queste donne coraggio e di dare loro una nuova vita, una nuova identità, una adeguata protezione.

Progetti educativi per i minori delle famiglie mafiose

È passato impropriamente il messaggio che Liberi di scegliere abbia come finalità quella di togliere i minori dalle famiglie mafiose. Questo non è vero, perché, salvo i casi più gravi, sono sempre di più i provvedimenti ed i progetti da eseguire sul territorio per dare supporto ai minori lasciandoli nelle loro famiglie, chiedendo collaborazione ai servizi ed al volontariato. Un lavoro che va incrementato coinvolgendo e formando in percorsi strutturati gli operatori dei comuni e gli insegnanti, nonché la rete del privato sociale e del volontariato qualificato, che in Calabria è una realtà preziosa che va valorizzata.

Va anche fatto con maggiore organicità e continuità un lavoro sui genitori di questi ragazzi (che spesso si trovano nelle sezioni di alta sicurezza delle carceri), come si è iniziato a fare con buoni risultati negli anni scorsi nelle case circondariali di Reggio, Locri e Palmi attraverso incontri con lo stesso Di Bella, con altri magistrati e soprattutto con persone che hanno rotto con i clan .Per spiegare loro il senso vero del progetto e per acquisire, se non il consenso ai provvedimenti, almeno un atteggiamento non completamente ostativo.

Il bivio dei diciotto anni

Il programma di accompagnamento dei minori si conclude con la maggiore età, e con la conseguente cessazione delle competenze della giustizia minorile (salvo alcune situazioni particolari). Per chi ha avviato percorsi al Nord si pone il dilemma di restare in quelle regioni o ritornare in Calabria, con tutte le incognite ed i rischi conseguenti. È la fase più critica, dove tutto il lavoro educativo fatto rischia di essere vanificato: la scelta è tutta del ragazzo, ed è alto il rischio del ritorno nelle zone di origine, un vero e proprio richiamo della foresta, che non è facile contrastare.

Conosciamo la storia di alcuni che hanno scelto di tornare in Calabria, in buona fede nonostante il parere contrario di chi li aveva seguiti da minori, e che poi sono stati risucchiati dai clan. Per contrastare questi fenomeni vanno studiati e sperimentati veri e propri percorsi di reinserimento, come avviene per i tossicodipendenti (la ndrangheta è anche una forma di dipendenza) che lasciano le comunità terapeutiche per essere inseriti nel mondo del lavoro legale, offrendo percorsi di accompagnamento che favoriscano l’autonomia e l’indipendenza dalla famiglia d’origine (tutor, borse lavoro, soluzioni abitative, ecc.)

La strada maestra resta la prevenzione e la costruzione di Comunità educanti

Andrebbero privilegiate tutte quelle azioni in grado di intercettare il minore a rischio prima che possa entrare in circuiti di devianza o commettere reati, come si era sperimentato in passato con la legge 216/91 sui minori a rischio di coinvolgimento nella criminalità organizzata (inspiegabilmente non prorogata pur con le opportune modifiche ed aggiornamenti).

Con una particolare attenzione alle aree dei Comuni e delle periferie delle città ad altro indice di criminalità organizzata, puntando a diffondere esperienze come i centri diurni, di aggregazione giovanile, i “Punti Luce” sperimentati da Save the Children a San Luca e Scalea,  e da altre associazioni come il CSI ad Arghillà, il don Milani a Gioiosa Ionica, il Centro padre Puglisi di Bovalino, il Valerio Rempicci di Condofuri, la Comunità Luigi Monti di Polistena e altre ancora. Mettendole in rete e favorendone, da parte della Regione, l’attivazione in altre realtà del territorio regionale.

Infine, una attenzione prioritaria va dedicata alla scuola, fornendo agli insegnanti strumenti formativi e supporti di monitoraggio, consulenza e servizi di sostegno per combattere in particolare la dispersione scolastica. Non accontentandosi di parlare di mafie agli studenti, ma attivando percorsi formativi e laboratoriali che vedano i ragazzi protagonisti, incoraggiando alcune buone prassi come quella delle alleanze educative che hanno visto a Napoli, a Catania ma anche a Reggio collaborare scuole, Tribunale dei Minori e associazioni, con segnalazioni e prese in carico congiunte e con tentativi di costruzione di vere comunità educanti.

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