I giovani, Reggio e la politica

In una città storicamente afflitta da atavici problemi, ci sono tanti giovani e tanti cittadini che, paradossalmente, sono obbligati ad occuparsi della cosa pubblica e che chiedono spazi veri di partecipazione ad una politica che finora ha preferito le iniziative di facciata e di autopromozione sui social ad una vera co-progettazione

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Ma è vero che i giovani sono andati tutti via da Reggio Calabria, o si tratta di un luogo comune?  Per scoprirlo occorre andare oltre la superficie delle cose, frequentare i giovani, andare nei posti dove si riuniscono, parlarci e ascoltarli. Si scoprirebbe così che in città esiste una generazione che ha voglia di partecipare, rivendica spazi, coltiva ideali che sembravano svaniti, sebbene ai giovani non siano offerte opportunità e occasioni di intervento.

E allora, paradossalmente, viene da dire che c’è un aspetto positivo del vivere in una città con la spazzatura tra le case, le strade bombardate, l’acqua decimata, la disoccupazione giovanile alle stelle, la ‘ndrangheta che terrorizza, le facciate dei palazzi non finite, la fogna che sgorga a mare: tutti parlano di politica, continuamente. Tutti si interessano della cosa pubblica o, forse, stando così le cose, si dovrebbe dire che la subiscono.

Lo facciamo tra le lamentele continue, tra le imprecazioni per le fosse, tra le speranze di vedere un figlio “sistemato”, tra le aspettative deluse da parte di una classe politica persa tra equilibri elettorali, tra i luoghi comuni del “Reggio è bellissima, il problema sono i reggini”. Come potrebbe essere altrimenti in un territorio in cui il disservizio è strutturale, non si arresta mai e le isole felici sono miraggi? 

Non è disinteresse

Non è vero che c’è disinteresse per la politica in città. Le difficoltà che noi, con immensa dignità, sopportiamo ogni giorno ci spingono ad una continua attività di osservazione della realtà circostante, di riflessione, critica e –  perché no, credo sia giusto – anche di lamentela. Ci arrovelliamo su possibili soluzioni, ci interroghiamo sulle cause, pesiamo e soppesiamo di continuo valutazioni tecniche, esigenze della città, capacità della classe dirigente. Certo, lo facciamo con il classico disfattismo reggino, che ci appartiene, ma lo facciamo. Non è una cosa scontata, eh! Nelle altre città, la gente vive al di sopra delle dinamiche politiche, della gestione della cosa pubblica: gode di ottimi servizi e delega questi pesi mentali a chi ha scelto di amministrare. Noi no, non abbiamo questa fortuna e, quindi, vaghiamo tra “si putiva fari megghiu sta piazzetta” e “viri chi Falcomatà ereditau i debbbbiti i Scopelliti”.  Un giorno siamo ingegneri, un giorno esperti di finanza pubblica, ma siamo cittadini presenti. Per forza di cose, dobbiamo esserlo: è impossibile non incazzarsi, non lamentarsi, non scrutare la realtà quando devi fare lo slalom tra cumuli di spazzatura.

Dunque, sono fiducioso. Credo che questo interesse “forzato” per la città possa essere canalizzato nelle giuste forme di partecipazione collettiva. Il lamento – che ripeto: ritengo essere assolutamente legittimo in queste condizioni – può diventare proposta. A questo punto, le strade sono due: o le amministrazioni intercettano questa istanza di partecipazione oppure i cittadini si auto-organizzano.

La partecipazione tra forma e sostanza

Dobbiamo intenderci, però, su cosa vuol dire consentire ai cittadini, e in special modo ai giovani, di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Ad esempio, organizzare un convegno su come verranno spesi i milioni di euro derivanti da fondi UE per i giovani, senza invitare ad intervenire nessuna realtà giovanile, è una modalità partecipativa o no? Istituire commissioni, senza un euro e alcun potere vincolante è una forma di coinvolgimento civico accettabile o no? Costruire grandi opere, senza alcuna consultazione pubblica, ma con innumerevoli seminari, post, selfie, storie, contenuti instagrammabili è un metodo partecipato o no?

Ecco, io credo che su questo bisogna avviare una seria riflessione in città, per evitare che l’apparenza, la forma e, in chiave ottimistica, le buone intenzioni si scontrino con la realtà, che invece è sempre triste e deludente e vede amministratori locali e amministrazioni pubbliche slegati dal territorio. Io immagino, invece, che l’attenzione e l’affezione dei giovani e più in generale dei reggini per la città possa, anzi debba trovare sfogo in forme di partecipazione strutturate ed effettive: consulte, commissioni deliberative, istituti di partecipazione popolare, organismi decentrati, meccanismi e piattaforme di democrazia diretta. I cittadini sono una risorsa da valorizzare, non un intralcio da temere. E poi servono luoghi di confronto: basta piazzette vuote, vogliamo spazi culturali, vogliamo vivere le istituzioni, essere protagonisti del futuro della nostra città, co-progettare insieme alla classe dirigente ciò che sarà di Reggio nei prossimi anni. Gli strumenti normativi esistono, le buone prassi diffuse altrove sono facilmente esportabili, serve semplicemente la volontà politica di affermare un nuovo modo di amministrare.

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* Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autore dichiara che per la redazione dell’articolo non si è avvalso del contributo dell’Intelligenza Artificiale

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