L’attività svolta nei mesi scorsi dal Consultorio Spazio Z ha confermato che gli adulti non sempre si dimostrano capaci di gestire le fasi di crescita ed il disagio degli adolescenti; perciò serve una reale collaborazione tra famiglie, docenti e figure professionali adeguate
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Il Centro Comunitario Agape, in collaborazione con la cooperativa Res Omnia, ha presentato presso l’istituto tecnico Boccioni-Fermi di Reggio Calabria “Spazio Z”, un consultorio per il supporto psicologico ai ragazzi e sostegno alla genitorialità, che opera in collaborazione con il Consultorio familiare “Raffa” ed il diretto coinvolgimento di Agape e delle cooperative Res Omnia e Minotauro.
Il consultorio, attivo da alcuni mesi, ha finora preso in carico 34 nuclei familiari per supportarli nella gestione delle problematiche esistenziali dei figli.
La dottoressa Anna Maria Chiaia, psicologa e psicoterapeuta, e Danilo Avila, un giovane del gruppo Agape che ha portato la propria esperienza personale di studente, hanno dialogato con un nutrito gruppo di genitori e docenti sul tema del disagio giovanile, con particolare riguardo al ruolo degli adulti di fronte alle nuove sfide educative in una società sempre più complessa e connessa.
Dal confronto è emersa una realtà complessa e disomogenea. Alcuni giovani hanno avuto il privilegio di essere accompagnati nel proprio percorso scolastico da dirigenti e docenti capaci di riconoscere le fragilità e di guidarli passo dopo passo verso una maturità consapevole. Ma non per tutti è così. Non tutti, tra l’altro, possono contare su un sistema familiare collaborativo e aperto. Accade spesso che alcune famiglie si oppongano persino all’idea che il proprio figlio o la propria figlia frequenti un consultorio o manifesti un bisogno di aiuto più profondo, ancora una volta a causa degli stereotipi e dei pregiudizi.
Una realtà complessa che richiede ascolto e delicatezza
Da qui la necessità di muoversi con grande delicatezza , per evitare di innescare atteggiamenti ancora più oppositivi e ribelli, tipici dell’adolescenza.
In una fase in cui la personalità non è ancora pienamente strutturata, la reazione più frequente è la rabbia, che spesso apre alla cosiddetta fase del conflitto, oltre ad un inasprimento della diffidenza. Nel lungo periodo, questo può ostacolare qualsiasi intervento professionale, compromettendo il percorso di crescita dell’adolescente e spingendolo verso scelte di vita poco consone o non sicure per il proprio avvenire.
A questo proposito, è stato sottolineato quanto sia essenziale, in un’epoca di smartphone e iperconnessione ma di profonda solitudine, poter contare su una rete di persone di fiducia: una rete capace di favorire il confronto sereno tra coetanei e di sostenere uno sviluppo sano della personalità degli adolescenti, promuovendo al tempo stesso introspezione e crescita consapevole.
Dal confronto, infine, è emersa con forza la necessità di una sinergia reale ed efficace tra famiglie, docenti e figure professionali (come lo psicologo a scuola), nonché le reti di supporto come il Consultorio Spazio Z.
Educare è un “mestiere” difficile e le imposizioni non servono
Ho seguito con molto interesse l’incontro, perché, in quanto giovane, penso fermamente che essere genitore, insegnante e psicologo rappresentino oggi più che mai tre dei “mestieri” più ardui e faticosi e ritengo che sia necessario agire principalmente in due direzioni.
La prima è abbattere con urgenza il massiccio muro di pregiudizi, stereotipi e tabù legati all’idea che chi va dallo psicologo sia “pazzo”, debole o, peggio, sfigato. Questa visione continua a ostacolare l’accesso a un aiuto fondamentale e contribuisce a isolare ulteriormente chi già vive una condizione di fragilità.
La seconda direzione riguarda il rapporto tra ragazzi e social, ma anche quello tra genitori e figli. Troppo spesso, infatti, la spiegazione più semplice (e comoda) del disagio giovanile viene attribuita esclusivamente agli smartphone o ai social network. È vero che la diffusione di questi strumenti richiede un freno educativo ed un uso consapevole, ma è altrettanto vero che viviamo in un’epoca in cui le modalità educative sono profondamente cambiate rispetto a quelle dei nostri genitori e, ancor più, dei nostri nonni. Nonostante ciò, in alcuni contesti ancora fortemente tradizionalisti persiste l’idea che imporre ai figli scelte decise dagli adulti sia sempre la soluzione migliore, giustificata dal presupposto che “sei giovane e non sai nulla”.
Troppa pressione e l’utopia della perfezione
Nella società attuale – e non serve essere adolescenti per rendersene conto, perché riguarda anche me e i miei coetanei – si ha la netta percezione che il mondo corra velocissimo e ci si sente costantemente obbligati a stare al passo. Spesso questo significa dimenticare i nostri bisogni primari e ciò che desideriamo davvero, spingendoci fino al punto di rottura. Si finisce così per inseguire l’utopia di dover apparire perfetti e sempre performanti, un’ossessione amplificata dal confronto continuo con gli altri attraverso i social, che alimenta la sensazione di essere costantemente in difetto.
Questa pressione, nel lungo periodo, soffoca qualsiasi tentativo di mostrarsi vulnerabili, perché si ha la percezione di non poterselo permettere, per paura di deludere i genitori e le loro aspettative. Aspettative che spesso nascono da sogni di vita non realizzati, da modelli di successo rigidi o fardelli generazionali: quando vengono proiettate sui figli, il rischio è quello di crescere ragazzi formalmente eccellenti ma interiormente insoddisfatti, più impegnati a compiacere che a costruire un percorso autentico. I giovanissimi finiscono così per essere visti come una proiezione di sé, quasi dei trofei messi in mostra (o delusioni da mettere alla gogna) posti in continuo paragone tra loro, e non come individui autonomi, capaci di compiere scelte diverse da quelle fatte (o non fatte) dai propri genitori. Del resto, io mi chiedo spesso: a cosa serve sapere che mio figlio eccelle e rende in tutte le materie, ma alla fine della giornata è infelice e carico di tensione e frustrazione, perché nulla di ciò che fa sembra mai abbastanza, quando essere sé stesso è più che abbastanza?
La capacità di saper leggere i “segnali”
Il rischio, sempre più diffuso, è l’insorgere di frustrazione e ansia che, nei casi “migliori”, restano tali, ma che spesso evolvono in depressione, disturbi del comportamento alimentare o situazioni ancora più spiacevoli. Anche su questo aspetto è necessario intervenire con decisione, scardinando l’idea che il disagio psichico sia meno serio di quello fisico. In molti casi, infatti, il malessere mentale precede quello corporeo, ma viene ignorato o minimizzato. Una persona depressa viene spesso etichettata come “in cerca di attenzioni”, mentre chi manifesta un problema fisico viene immediatamente creduto e preso sul serio.
Un esempio emblematico e su cui non credo che si ponga sufficiente attenzione nonostante i continui tragici risvolti, sono i disturbi del comportamento alimentare, che hanno poco a che fare con una semplice insicurezza fisica e rappresentano piuttosto l’espressione estrema e l’ultimo stadio di una profonda sofferenza emotiva. Senza un segnale visibile sul corpo, quella sofferenza spesso non verrebbe nemmeno notata, né tantomeno presa in considerazione; del resto, il corpo esterna ciò che spesso la nostra mente sta provando ad urlare.
Come Agape, oltre al Servizio Civile ci impegniamo durante le nostre attività, a creare, nel nostro piccolo, uno spazio sicuro e garantire modalità di aggregazione il più possibile inclusive e accoglienti.
Sono convinta che alla fine della giornata, lontano dal turbinio di un mondo che gira vertiginosamente e dal suo susseguirsi instancabile di sfide, l’unica cosa che un ragazzo desidera, al di là dell’età che lo contraddistingue, è sapersi al sicuro nel suo piccolo pezzetto di mondo, in cui gli venga restituita dignità e dove non si rifugia per proteggersi ma perché è stimolato nella sua ricerca di se stesso e della sua individualità, è visto e ascoltato davvero, senza rabbia, maschere o artifici dannosi, allo stesso tempo guidato non con imposizioni ed inflessibilità ma con rispetto e dialogo.
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*L’autrice è una volontaria attualmente in Servizio Civile presso l’Agape.
* Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autrice dichiara che per la redazione dell’articolo non si è avvalsa del contributo dell’Intelligenza Artificiale