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HIV e AIDS: l’informazione arma fondamentale di prevenzione e lotta allo stigma

L’annuale giornata mondiale contro l’AIDS ha senso se produce iniziative utili all’informazione ed alla prevenzione, altrimenti rischia di scivolare nell’inutile bla-bla-bla

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Come ogni anno dal 1988, il 1° dicembre “celebriamo” la giornata mondiale contro l’AIDS. Una giornata che nasce con la finalità di eliminare stigma e pregiudizi e diffondere la giusta conoscenza sul virus dell’HIV e sulle modalità di trasmissione.

Nel tempo, mutando il fenomeno, e venendo meno l’allarme (forse persino esagerato) dei primi anni, questa data ha lentamente perso interesse per il grande pubblico, insinuando la pericolosa convinzione che ormai l’AIDS non sia più un problema.

Invece è assolutamente necessario non abbassare la guardia, perché il virus è ancora presente e l’ignoranza è la sua principale alleata, oggi come ieri.

Ne discende, pertanto, l’assoluta necessità di utilizzare questa giornata per rinnovare la conoscenza del problema, indicando i centri di riferimento territoriali e soprattutto evidenziando l’importanza di un accesso precoce al test per riconoscere la sieropositività all’infezione, grazie al quale è possibile avviare tempestivamente un percorso terapeutico efficace.

Sapere di aver contratto il virus, infatti, permette di curarsi e di avere comportamenti responsabili nei riguardi del partner.

L’AIDS ormai è una malattia cronica gestibile con i farmaci

A 40 anni dalla sua prima identificazione, infatti, l’AIDS può oggi essere considerata una malattia cronica grazie all’introduzione di farmaci di nuova generazione che riescono ad azzerare la carica virale, seppure senza guarire la malattia. I farmaci vanno assunti a vita, sotto controllo medico specialistico, con il monitoraggio dei reparti di malattie infettive.

I dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – rivelano che l’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da HIV si è mantenuta quasi costante fino al 2017, mentre negli anni successivi è in lieve decremento, con andamento che sembra anomalo nel 2020 e 2021.

Va comunque considerato che i dati relativi al 2020/21 hanno risentito dell’emergenza Covid-19 in modi e misure che potranno essere correttamente valutate solo nei prossimi anni. La pandemia ha comportato un forte impatto sul sistema sanitario in generale e in particolare sul comparto delle malattie infettive, con limitazioni nell’accesso ai centri di cura e screening ed un conseguente calo dell’attività di monitoraggio.

La diminuzione di casi, in sé altamente positiva, ha anche un risvolto negativo: di HIV e AIDS oggi si parla poco e spesso con informazioni errate.

Non sottovalutare i rischi

Soprattutto i giovani, che non hanno vissuto la risonanza mediatica degli anni ’90 dei primi casi noti, ne sanno poco e sottovalutano i rischi.

I dati dell’ultimo rapporto redatto dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione col Ministero della Salute, dicono che nel 2021 sono state 1.770 le nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a un’incidenza di 3 nuove diagnosi ogni 100.000 residenti.

L’incidenza più elevata di nuove diagnosi HIV si riscontra nella fascia di età 30-39 anni (7,3 nuovi casi ogni 100.000 residenti), a seguire nella fascia 25-29 anni (6,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti). In queste fasce di età l’incidenza nei maschi è 3-4 volte superiore a quelle nelle femmine.

Il numero più elevato di diagnosi è attribuibile alla trasmissione sessuale e, nell’ordine, a maschi che fanno sesso con maschi (MSM), maschi eterosessuali e femmine eterosessuali.

Se dal quadro nazionale spostiamo il nostro punto di osservazione sul territorio reggino, grazie ai dati forniti dal Day Hospital del reparto di Malattie Infettive del GOM di Reggio Calabria è possibile rilevare l’accesso al servizio nel reparto di malattie infettive: nel corso del 2022 ci sono stati 180 diagnosi di HIV (60 % uomini 40% donne), sul totale il 10% sono stranieri, l’età media si è abbassata a 20 anni fra i giovani, per gli adulti varia dai 40 ai 50 anni, il 95% continua le cure al Day Hospital di malattie infettive, il 5% non continua.

In tanti, purtroppo, scoprono la malattia molto tempo dopo aver contratto il virus, solo perché si sono manifestati i sintomi. Quando la persona contrae il virus HIV viene definita sieropositiva, e può non avere sintomi anche per diversi anni. La condizione di AIDS conclamato si manifesta quando la persona presenta i sintomi causati dal virus: la mancata cura e una banale infezione opportunistica possono provocare il decesso.

E’ da sottolineare che per circa il 35% delle nuove diagnosi di sieropositività all’HIV il successo delle terapie è fortemente compromesso dal ritardo con cui le persone decidono di sottoporsi al test. Sono dati che dimostrano quanto sia ancora impegnativa la battaglia contro il virus dell’HIV, per quanto la ricerca clinica stia andando avanti negli ultimi anni.

Informare, informare, informare

C’è quindi la necessità di riportare l’attenzione soprattutto sulla fascia giovanile, con politiche che possano produrre azioni incisive di informazione e di prevenzione.  

Dal 2015 siamo stati ideatori e promotori del progetto EFFATA’, finanziato da Caritas Italiana, che ha lo scopo di informare per prevenire l’infezione da HIV; ancora oggi la Caritas diocesana fa parte di un Tavolo di lavoro volto a prevenire la diffusione del virus. Abbiamo incontrato giovani nelle parrocchie, nelle scuole, nelle varie associazioni, ma l’impegno non è mai sufficiente a colmare il bisogno.

La pandemia di COVID, e la guerra nel continente europeo giustamente hanno focalizzato l’attenzione dei mezzi di informazione, la corretta informazione sulla prevenzione di altri tipi di malattie infettive si è abbassata notevolmente, ma ancor prima di tali eventi l’informazione non era sufficiente, in un certo senso era calato il sipario sull’ infezione da HIV.

Una piccola ma significativa prova empirica di questa sottovalutazione è data dalla scarsa attenzione riservata sul tema nelle scuole superiori. NEM ha realizzato una veloce indagine conoscitiva tra le scuole secondarie superiori, ponendo agli studenti una semplice domanda: nella tua scuola sono state organizzate in questi anni iniziative di sensibilizzazione sull’AIDS? Settecento ottantacinque studenti di cinque scuole superiori reggine (pari all’83,3% di quanti hanno risposto) dicono di no: segno evidente che le poche cose che vengono fatte sono il frutto dell’iniziativa di qualche preside/insegnate/rappresentante degli studenti sensibile al tema, il resto sorvola.

Sorvolare però non elimina i problemi, semplicemente li nasconde, mentre i dati G.O.M confermano la necessità di dare vita ad un progetto di prevenzione permanente rivolto innanzi tutto ai giovani, ma anche alla popolazione nel suo complesso.

Un progetto del genere dovrebbe vedere come soggetto capofila l’ASP e portare, attraverso un percorso di co-programmazione e co-progettazione con il Terzo Settore, al coinvolgimento di tutte le realtà dove gravitano i giovani: Scuola, Università, Parrocchie, Società sportive, Associazionismo, per attuare iniziative nei luoghi frequentati dai giovani, ivi compresi locali notturni, piazze e luoghi della movida, utilizzando anche la potenza comunicativa dei Social.

Senza dimenticare un lavoro di informazione nei confronti di tutta la popolazione, finalizzato ad abbattere lo stigma, cioè quella forma di discriminazione sociale dettata dai pregiudizi e dall’ ignoranza che come un marchio viene attaccata alle persone sieropositive.

*l’autore è Educatore referente di Casa Don Italo, servizio della Piccola Opera che ospita persone con HIV

Guarda il video “Prima lo fate, meglio è”

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