Fausta Ivaldi e la sua lunga marcia nei sottoscala dell’umanità

Sono passati cinque anni dalla scomparsa di Fausta Ivaldi, una credente anomala che ha amato Reggio e le sue periferie geografiche ed umane. Mario Nasone, presidente dell’Agape, ci racconta la radicale testimonianza di una donna straordinaria che ha dedicato la sua vita agli “ultimi

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Cosa dire dei tanti anni vissuti a fianco di Fausta Ivaldi come Agape? Di questa donna eccezionale e della sua storia che l’ha portata a vivere esperienze straordinarie in tanti angoli del mondo?

Se fosse un film, sarebbe un film di movimento, di azione. Senza pause, con tanti colpi di scena e con sceneggiature sempre diverse. Un lungo viaggio fatto d’incontri con posti e umanità, le più variegate. Dai salotti buoni degli uffici del Mercato Comune di Bruxelles, alla Rai con la frequentazione dei più importanti personaggi della politica e dello spettacolo, per poi passare ai luoghi di sofferenza e abbandono dell’Africa e dell’America Latina, ma anche dell’Italia.

Una donna scomoda, una porta sempre aperta

Luoghi in cui ha conosciuto le sofferenze dei più oppressi e diseredati curando corpi e anime ferite, asciugando le lacrime di chi subiva ingiustizie, ma anche provando su se stessa l’amaro calice della violenza fisica e psicologica.

Fausta è stata una donna scomoda che non si è tirata mai indietro nelle denunce pubbliche dei diritti violati dei poveri della città, ma sempre pronta ad aprire e accogliere pagando di persona.

Quando mi ha raccontato la sua storia, gli ho proposto di farne un libro. Lei non voleva, si vergognava, aveva paura che potessero giudicarla come una che si esibisce e non come una semplice donna, con le sue fragilità, che  si è voluta mettere al servizio della causa dei diseredati di tutto il mondo. Poi ha accettato e mi ha chiesto di fare la prefazione e di scegliere il titolo.

Una vita esagerata

Non ho trovato altro che potesse riassumere la sua lunga marcia dentro i sottoscala dell’umanità: UNA VITA ESAGERATA… (editore Città del sole). Il cuore del libro sono l’Africa, l’America Latina e le loro sofferenze, con i racconti dei suoi viaggi nelle foreste, delle sale operatorie di fortuna, dei conflitti con i governi dittatoriali e dei rapporti con i movimenti di liberazione. Situazioni pesanti che ha affrontato da donna, in un contesto quasi esclusivamente maschile, il cui racconto aiuta il lettore a capire meglio l’attualità di oggi, che vede molti di quei popoli disperati riversarsi sulle nostre terre. Un cammino che ha voluto concludere in un’altra periferia del mondo, Reggio Calabria, che ha amato come neanche i reggini sanno fare, scegliendo come sempre di stare accanto agli ultimi, a vivere il “Nessuno escluso mai” di Don Italo Calabrò che l’ha conquistata e che gli ha fatto scegliere di venire a Reggio per contribuire a realizzare anche Lei il suo sogno.

Non per cambiare il mondo, ma la vita anche di una sola persona

Una scelta che lei stessa ha così spiegato: “Purtroppo non ho avuto il privilegio di conoscere Don Italo, già scomparso da tempo, ma l’ho conosciuto attraverso i suoi scritti, attraverso i giovani che per primi lo hanno seguito come laici iniziando quest’opera che ancora continua come Agape. Vorrei precisare che il mio è stato innamoramento e non infatuazione. L’illusione di cambiare le cose? Certamente, ma non di cambiare il mondo, questo non può essere nelle mani di una sola persona. Io volevo cambiare in meglio la qualità della vita anche se di una sola persona. Per questo per me i poveri non sono una quantità generalizzata, ma hanno ognuno il proprio nome, perché ognuno è portatore di pene e problemi che meritano attenzione e tentativo di soluzione. E’ una lotta quotidiana che a volte porta soddisfazioni, a volte solamente pene: ma questa è la vita con tutte le sue sfumature. Ho fatto di tutto per rimanere in questa regione e con questa gente: ho lavorato con e per i poveri, ho impietosito i ricchi, ho discusso senza litigare, ma a volte è peggio, con le Istituzioni. Mi sono mischiata senza rendermene conto e scappando appena ho capito, con la parte meno bella della società reggina”.

La scelta dei poveri

Sempre vicina a Vescovi e sacerdoti di vari continenti, in prima linea nella lotta per la giustizia e i diritti dei più diseredati, Fausta era affascinata e coinvolta nelle esperienze promosse da figure come Don Gallo, Don Benzi, Don Italo Calabrò, padre Pio ed in ultimo Papa Francesco, che adorava per il suo messaggio di una Chiesa povera, ospedale da campo.  Fausta era proprio questo: una donna che si era fatta lei stessa ospedale da campo, dove tantissime vite ferite hanno ricevuto da Lei le cure e il conforto che cercavano.

L’approdo conclusivo del suo peregrinare l’ha portata a Pellaro (periferia di Reggio) da un sacerdote straordinario, Don Domenico de Biasi, a condividere l’esperienza di un centro di accoglienza per i senza tetto a cui si dedicava anima e corpo. Faceva programmi per i prossimi vent’anni, indomita, sempre in giro con la sua Twingo accanto all’umanità più fragile della città.

Una credente anomala

Fausta era una credente anomala, con una sua spiritualità laica ma incarnata. Poco prima di morire mi aveva chiamato per l’ennesima operazione avviata nel tentativo di salvataggio della   vita di un uomo (travolto dalla droga) e di suo figlio. È morta in battaglia come avrebbe desiderato. Come San Paolo avrà potuto dire: “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno”.

Il messaggio che ci lascia, l’amore vissuto per la giustizia e la liberazione dei popoli più oppressi, merita di essere divulgato, soprattutto tra i giovani e gli educatori, quei giovani che quando l’ascoltavano nelle scuole ne rimanevano rapiti e conquistati. Con il conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Reggio, la città e la Calabria l’hanno adottata come figlia prediletta per l’amore che ha saputo seminare a piene mani.

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* Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autore dichiara che per la redazione dell’articolo non si è avvalso del contributo dell’Intelligenza Artificiale

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