Malgrado i progressi scientifici, sono ancora molti i pregiudizi nei confronti delle persone affette da HIV. Due volontari in Servizio Civile ci raccontano come la diretta frequentazione con alcuni di loro li ha portati superare diffidenze ingiustificate
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I meno giovani certamente ricorderanno l’allarme sociale e sanitario che si diffuse nel mondo a partire dagli anni ’80, raggiungendo il suo apice negli anni ’90, a causa dell’AIDS (Sindrome da Immunodeficienza Acquisita), una patologia che mise molta paura fino a quando , una volta isolato il virus HIV (Virus dell’immunodeficienza umana) che la causa, non si capì come affrontarlo e combatterlo mediante farmaci specifici e comportamenti utili alla prevenzione.
Il Virus dell’Immunodeficienza Umana attacca e indebolisce il sistema immunitario e può progredire verso lo stadio più grave, cioè l’AIDS , ovvero la fase in cui il sistema immunitario è gravemente compromesso, al punto che l’organismo non riesce più a difendersi adeguatamente da infezioni e malattie.
La paura e l’ignoranza iniziale hanno prodotto un vero e proprio stigma sociale nei confronti delle persone contagiate dall’HIV, perché in una prima fase ci si convinse che tale patologia fosse prerogativa di omosessuali e tossicodipendenti. E malgrado la ricerca scientifica abbia dimostrato che tale assunto è frutto di pregiudizi, lo stigma ancora persiste, e costringe tante persone a portare avanti una vita “separata” dal resto della comunità, con tutte le conseguenze psicologiche ed esistenziali del caso.
In alcuni casi, l’avanzamento della malattia può avvenire in modo silente, senza manifestare sintomi evidenti per molto tempo. Tuttavia, grazie alle terapie antiretrovirali, è possibile tenere sotto controllo l’infezione e prevenire l’evoluzione verso le forme più gravi della malattia. Per questo è fondamentale promuovere la prevenzione e la sensibilizzazione, invitando le persone ad informarsi correttamente ed occasionalmente sottoporsi al test HIV, soprattutto se si ha una vita sessuale attiva o a rischio.
Tuttora, lo stigma maggiore si riferisce in particolare alle modalità di contagio del virus: è errato pensare, nonostante sia credenza popolare, che l’HIV si trasmetta tramite abbracci, baci o strette di mano, o uso comune di piatti, posate o asciugamani, bagni pubblici, piscine o punture di insetti, bensì esclusivamente tramite rapporti sessuali non protetti, sangue, condivisione di aghi o siringhe infette, trasmissione dalla madre al figlio durante la gravidanza, il parto e l’allattamento.

La nostra esperienza come volontari
Quella fin qui descritta è una realtà che abbiamo incontrato personalmente in questi primi mesi di Servizio Civile, essendo stati destinati a Casa Don Italo, una comunità-alloggio che ospita persone affette da HIV.
All’inizio del nostro percorso come volontari, ci siamo avvicinati a questa realtà con molte domande e, lo ammettiamo, anche con qualche pregiudizio. Non sapevamo bene cosa aspettarci, ma eravamo spinti da una forte curiosità e dalla voglia di metterci in gioco.
Fin dai primi giorni siamo stati accompagnati dal responsabile della Casa, che con competenza e sensibilità ci ha spiegato il funzionamento della malattia e le dinamiche quotidiane del servizio. Grazie alla sua presenza discreta ma costante, fatta di ascolto, attenzione e rispetto, ci siamo sentiti accolti e guidati.
Col tempo, quell’iniziale pregiudizio ha lasciato spazio alla comprensione e alla consapevolezza. L’incontro con le persone che vivono nella struttura ha cambiato il nostro sguardo: oggi possiamo dire di essere cresciuti sia come volontari che come persone.
A., F., M., S. ed E. sono cinque persone dal passato difficile, non esenti dal pregiudizio altrui che colpisce chiunque si approcci al mondo di questa complessa patologia per la prima volta; ciascuno di loro si è inevitabilmente interfacciato con lo stigma legato all’HIV, pagandone inesorabilmente il prezzo da un punto di vista umano e sociale.
E tuttavia, nel momento in cui smetti di considerare l’affetto da HIV come il classico, stereotipato “malato e pericoloso, meglio non toccarlo”, comprendi che sono esseri umani uguali ad altri, con identità, gusti, personalità, e umorismo come chiunque altro.

La condivisione della vita quotidiana
Abbiamo interagito, chi più e chi meno, con ognuno di loro, rispettando i loro tempi e le loro curiosità, trascorrendo con loro delle ore di chiacchiere, racconti condivisi, piccole lezioni interattive di lingua italiana con gli ospiti stranieri, giochi di società e brevi passeggiate, talvolta svolgendo mansioni quotidiane o accompagnandoli nelle attività burocratiche inerenti alla cura delle loro esigenze, guidandoli e, ove possibile, consigliandoli.
Abbiamo, allo stesso modo, rispettato i loro silenzi, i loro disagi, le loro giornate “no” come accade a tutti. Alcuni degli ospiti in particolare hanno dimostrato voglia di riprendere in mano la propria vita nonostante le difficoltà, e anche a noi hanno trasmesso il desiderio di farsi conoscere, superando le perplessità dei primi giorni, forse vedendoci inclini a darci da fare nel nostro piccolo, senza timore.
Crediamo che i passi avanti da fare siano ancora innumerevoli, dentro e soprattutto fuori dal contesto della Piccola Opera e dell’Agape, alla luce del fatto che loro sono tuttora classificati come persone “di serie b” e vivono una condizione di emarginazione estrema e serissima, dovuta agli strascichi inevitabili di anni e anni di scorretta, se non assente, informazione nei confronti dei concetti di HIV, AIDS e sieropositività.
Tutti loro meritano rispetto, ascolto e attenzione, per ottenere i quali l’unica strada è smuovere le coscienze a partire da chi ci sta attorno, dalle nostre famiglie ed i nostri coetanei.
Noi due continueremo, anche singolarmente e con grande tatto, a fare il possibile per tendere la mano verso i nostri nuovi amici, agendo come piccoli punti di riferimento per ognuno di loro, qualora lo desiderino.
Facciamo quindi nostro l’appello lanciato dal nostro educatore referente, in un articolo scritto in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS: “Informare, informare, informare”, perché solo l’informazione abbatte l’ignoranza e lo stigma legato a questa malattia, oggi gestibile con vari farmaci; ci facciamo portavoce e fautori dell’importanza della sensibilizzazione dei più giovani soprattutto nelle scuole; sottolineiamo la fondamentale collaborazione tra le istituzioni, per fare sì che questi individui subiscano meno pregiudizi e soprattutto smettano di essere guardati con sospetto, discriminazione e paura.
Del resto, la frase di don Italo, ormai nota a noi tutti, “Nessuno Escluso, Mai” vale sempre e per qualsiasi vulnerabilità, senza eccezioni…
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