L’Università Mediterranea di Reggio Calabria ed il Centro Comunitario Agape hanno dato vita a Spazio D, uno sportello antiviolenza dedicato alle donne e non solo, perché sullo sfondo di tante vicende c’è il grande tema dell’educazione affettiva
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Un progetto che non vuole restare sulla carta, ma che intende essere concreto, quotidiano, tangibile: all’interno di Spazio D, psicologhe, avvocate e volontari qualificati, saranno pronti ad accogliere, ascoltare e sostenere coloro che vivono situazioni di disagio. Non un “ufficio” qualsiasi, dunque, ma un luogo pensato per restituire dignità e sicurezza, per offrire alle donne ciò che troppo spesso viene loro negato: la possibilità di scegliere, di uscirne, di ricominciare.
Una ferita che ci riguarda tutti
I dati ISTAT sono chiari: in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa e, nel 60% dei casi, l’autore è il partner o l’ex partner. Queste situazioni, nonostante suscitino indignazione, sono talmente ricorrenti da rischiare di farci l’abitudine fino a privarle della loro rilevanza. Ciò che ci scorre davanti agli occhi diviene, involontariamente, una fredda e distaccata raccolta di numeri e statistiche, che pone in una situazione d’ombra tutto il resto della storia, comprese le vite spezzate delle vittime e dei loro familiari.
La verità è che la violenza nei confronti delle donne non è mai un fatto privato: è una ferita collettiva che riguarda tutti noi, che affonda le radici in una cultura patriarcale, la quale continua a legittimare l’idea del possesso, della virilità dominante, della donna come oggetto da controllare.
Ci siamo mai soffermati sulla quantità di volte in cui, anche senza accorgercene, giustifichiamo parole, atteggiamenti, “battute” che non fanno altro che alimentare questa mentalità? Quante volte capita che la violenza nasca da una perpetua manipolazione subdola o dal silenzio di fronte a una minaccia?

Educare i ragazzi, educare al rifiuto
Spazio D è un passo avanti fondamentale, ma non possiamo illuderci che bastino sportelli o leggi a fermare questo raccapricciante fenomeno. La rivoluzione deve partire dalle nuove generazioni e dovrebbe essere rivolta, in modo particolare, ai giovani uomini.
In questo periodo storico, parlare di educazione affettiva diviene fondamentale e necessario: insegnare ai ragazzi che le emozioni non equivalgono a debolezza, che la rabbia si può gestire e che il rifiuto non è una ferita all’orgoglio, ma una realtà possibile da accettare, significa sradicare quella cultura tossica che identifica la virilità con il possesso e la forza con il dominio. Se cominciassimo a educare i nostri figli maschi a dire “ho paura”, “sono triste”, “mi sento solo”, invece di “devo essere forte” o “devo vincere ad ogni costo”, forse avremmo meno uomini incapaci di accettare una separazione senza trasformarla in vendetta.

La necessità di uno sportello in Università
Qualcuno potrebbe domandarsi: se il problema della violenza di genere affonda le sue radici in una cultura retrograda e bigotta, è proprio necessario istituire uno sportello antiviolenza all’interno di un’Università, un luogo che per definizione dovrebbe accogliere giovani istruiti e “per bene”? La verità è che nessun contesto, nemmeno quello accademico, è immune agli stereotipi, alle discriminazioni o agli abusi.
L’istruzione, da sola, non basta a scardinare modelli culturali, poiché essi si tramandano di generazione in generazione e spesso continuano a insinuarsi, seppur in forme più sottili, anche tra chi frequenta le aule universitarie. Le notizie di cronaca ci raccontano continuamente di molestie nei corridoi degli atenei, di linguaggi sessisti normalizzati, di relazioni fondate sul ricatto o sulla disparità di potere. Tutto ciò è il segno evidente che il problema non si ferma alle porte della scuola o della famiglia, ma colpisce ogni spazio della società.
Aprire uno sportello antiviolenza all’interno dell’Università Mediterranea significa, allora, assumere una doppia responsabilità: da un lato, offrire un punto di riferimento sicuro e concreto a chiunque viva situazioni di disagio o di violenza, dall’altro trasformare l’Ateneo in un vero e proprio laboratorio di cambiamento culturale. Perché l’Università, come tutte le istituzioni scolastiche, non ha solo il compito di trasmettere conoscenza, ma anche quello di educare alla cittadinanza, al rispetto e alla parità. Portare dentro l’ambito accademico un servizio di questo genere vuole far luce sulla questione che la conoscenza, senza un’etica delle relazioni, rischia di rimanere sterile; che il sapere, se non tradotto in giustizia sociale e in tutela della dignità umana, risulta incompleto e spesso inutile.
Una responsabilità collettiva
Per questo, Spazio D non è solo il grido delle donne, ma un appello rivolto a tutti noi: a non voltarci dall’altra parte e a smettere di delegare sempre ad altri la responsabilità di lottare contro la violenza.
La violenza non è un destino inevitabile: è il frutto di una costruzione sociale, e proprio per questo può essere cambiata. Ma ciò sarà possibile solo se smettiamo di etichettarla come un “problema femminile” e iniziamo a riconoscerla per ciò che è davvero: una responsabilità collettiva.
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*L’autrice è una volontaria in Servizio Civile presso il Centro Comunitario Agape
*Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autrice dichiara che per la redazione di questo articolo non si è avvalsa del contributo dell’Intelligenza Artificiale