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La giustizia diseguale

Tra progressi, costi e distorsioni, qualche ragionamento a proposito dell’assistenza legale gratuita per i non abbienti

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Il processo, con i suoi riti, la sua solennità è sempre stato un spazio ambivalente, insieme di uguaglianza e disuguaglianza e l’idea della giustizia accessibile a tutti accompagna nei secoli l’immaginario collettivo.

Dal mugnaio di Federico II di Prussia, con la celebre frase “…ci sarà pure un giudice a Berlino !” al finale di Gente in Aspromonte, quando al giovane pastore Antonello, fattosi bandito-giustiziere, Alvaro mette in bocca queste parole: «Quando vide i berretti dei carabinieri, e i moschetti puntati su di lui di dietro agli alberi, buttò il fucile e andò loro incontro. ‘Finalmente’, disse, ‘potrò parlare con la Giustizia. Che ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!».

Dall’altro versante (disilluso) c’è l’immagine di Renzo nei Promessi sposi che corre contento in città con i suoi polli dondolanti dall’avvocato Azzeccagarbugli, ma questi dapprima lo illude  con le leggi in latino che lo toglieranno dai guai, poi lo caccia via appena sente che dovrebbero essere usate contro Don Rodrigo.

Perché il processo è in fondo anche il luogo dove più forte è il potere della parola, che quasi domina i fatti e talora complica la realtà invece di chiarirla. E’ la parola che può servire a fregare la povera gente (“per questo i linguaggi delle leggi, che scrivono i potenti, li dovete conoscere fino in fondo”, era il monito di Don Milani ai suoi ragazzi).

Eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale

La conquista dell’eguaglianza formale, del fatto che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di condizioni “personali e sociali”, come troviamo scritto nell’art. 3 della Costituzione, insomma non basta.

L’art. 24 della Costituzione, sviluppando quella aspirazione alla eguaglianza sostanziale del secondo comma dell’art. 3, ci dice che la difesa in un giudizio è un diritto inviolabile per tutti, ma perché l’“accesso” diventi veramente uguale per tutti lo Stato deve assicurare ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Ma come ?

Il “mediatore” tra la parte e il giudice, qualcuno che comprende il linguaggio delle norme ed è capace di trasformare una confusa pretesa in un ragionamento, è l’avvocato. E, in genere, bisogna pagarlo.

Il problema è da sempre più delicato nel processo penale dove la posta in gioco è più alta e dare voce a tutti (anche ai cattivi manifesti) è principio di civiltà.

I “poveri” poi, piaccia o meno dirla così, commettono reati numericamente più dei ricchi e l’avvocato serve ad ogni passo. Case popolari occupate, furti di energia elettrica, false dichiarazioni, rapine, spaccio di droga e via crescendo. Le carceri per il 90% sono piene, economicamente parlando, di “poveracci”. I ricchi e le mafie di reati ne fanno di meno, di solito più gravi, specie sul piano economico (frodi fiscali in primis). I ricchi e i mafiosi l’avvocato lo vogliono “buono” se lo pagano con i soldi che hanno, qualche volta il costo dell’avvocato lo mettono in conto dall’inizio del reato.

Per i poveri nel processo penale la difesa era un lusso e c’era una volta solo l’avvocato d’ufficio.

Nel film “Un giorno in Pretura” di Steno, con Peppino de De Filippo, che molti ricordano, davanti al pretore Salomone Lo Russo, sta un avvocato d’ufficio che si chiama Terenzi, seduto distratto al tavolo leggendo un giornale per alzarsi ad un cenno e invocare la “clemenza della Corte”. 

Direte, ma non c’era già la Costituzione ? C’era, ma l’art. 24 (“la legge deve  assicurare ai non abbienti…”) era una norma “di principio” o “programmatica”. La legge ci sarà. Quando e come, vedremo… Ed infatti i poveri, lo ricordava La Pira in quegli anni, devono sempre “aspettare”. Il suo libro si intitolava “L’attesa della povera gente”.

Qualcosa c’era in verità ed era una vecchia legge del 1923 che faceva del patrocinio dei poveri un ufficio “onorifico ed obbligatorio”  della classe forense, espressione che dice tutto, nel bene e nel male, del liberalismo del primo 900: sei povero e non hai diritto a nulla, ma la nobile classe degli avvocati presterà gratuitamente i suoi uffici a chi è “certificato” tale dallo Stato.

Poco conosciuta e poco applicata, era qualcosa che la Costituzione impegnava a cambiare. Come per altre leggi di progresso civile, ce n’è voluto di tempo. In questo caso si è dovuto aspettare più di 40 anni con la prima disciplina e poi via via, arriviamo al sistema attuale del patrocinio a spese dello Stato definito dal T.U. n. 115 del 2002.

Come funziona oggi

Vediamo senza tecnicismi e molto in sintesi come funziona.

Lo Stato interviene in una prospettiva diremmo con termini moderni di “sicurezza sociale”. Come si fa carico del bisogno di salute per chi è in difficoltà, così si fa carico del costo del processo per chi non può pagarsi l’avvocato. Nel penale sempre, colpevole o innocente, italiano o straniero, nel civile la tua pretesa deve essere valutata come “non manifestamente infondata” dal Consiglio dell’Ordine in prima battuta e poi dal giudice che comincia la causa.

Se rientri nei limiti di reddito l’avvocato lo scegli tu, purché l’avvocato sia disposto ad assumere un incarico per cui sarà pagato meno e solo ad incarico finito dallo Stato.

Insomma, rispetto all’epoca della non tutela e del paternalismo verso il povero, il progresso è stato innegabile e la copertura efficace. Come sempre accade poi, molto dipende dalla “deontologia” del professionista. Si vedono Avvocati, e sono in tanti, che veramente si “spendono” con serietà ed impegno, compenso futuro e modesto a parte, per una difensa attenta e scrupolosa del povero, facendo “onore” davvero (per riprendere la legge del 1923) alla toga che indossano, e altri che restano tanti avvocati Terenzi, distratti e blateranti quattro parole di circostanza.

Per i reati oggi più odiosi e che colpiscono soggetti vulnerabili (maltrattamenti, stalking, violenze sessuali ed altri casi), si prescinde dalla rigida soglia generale di reddito.

Un sicuro progresso, anche se qualcosa da migliorare ci sarebbe. Il limite “secco” tra il povero “processuale”, che ha diritto all’avvocato pagato dallo Stato e il “non” povero che l’avvocato se lo deve pagare genera nuove occulte disuguaglianze.

Ed infatti, la rigidità del tetto massimo di reddito annuale familiare per accedere al patrocinio a spese dello Stato (circa 13 mila euro lordi, incrementabili di poco più di mille per ciascuno dei componenti del nucleo familiare, cioè: per chi vive in tre con poco sopra 1000,00 euro netti al mese è probabile che l’avvocato sarà a pagamento …) sposta fuori tutela una grande platea di “quasi poveri” che forse qualche protezione dovrebbero avere. Poveri che magari qualche reato anche grave lo hanno commesso, ma per i quali il diritto di difesa va lo stesso garantito.

D’altro canto, e questo rende spesso odioso il limite anzidetto, l’enorme livello di evasione fiscale nel nostro paese, con la difficoltà di accertamenti non formali sui “furbetti”, fa si che acceda facilmente al patrocinio anche chi non paga una lira di tasse ma vive su traffici, espedienti, imprese e lavori in nero. La legge ha cercato di porre riparo con alcune presunzioni e lasciando al giudice una buona discrezionalità, ma il problema resta.

Lo Stato deve fare i conti con una crescita delle spese per il patrocinio imponente, passata nel penale dai 6,7 milioni di euro del 1995 ai 212,5 milioni del 2022. Nel civile nel 2022 il gratuito patrocinio è costato 147 milioni, con un quarto delle domande legato all’impressionante aumento delle cause dei migranti per il riconoscimento della protezione internazionale. Problema nel problema che avrebbe bisogno di una riflessione a se stante.

Due fattori importanti alimentano questi oneri crescenti: il numero eccessivo degli avvocati (l’Italia è tra i paesi europei uno di quelli con i numeri più alti) e, per quanto riguarda il processo civile, i cambiamenti nella funzione sociale del processo in un contesto con forti spinte al consumo e a prendere quanto più possibile dallo Stato (quello sociale e spendaccione) utilizzando i conflitti. E’ il secondo aspetto che deve farci riflettere.

Vista dall’alto del nuovo Palazzo di Giustizia

La spinta a moltiplicare il contenzioso per accaparrarsi risorse pubbliche

Cause contro Stato, Regioni, Comuni per tutto (pensioni, indennità, mansioni superiori, cause per le buche nelle strade, ricorsi sulle infrazioni al codice stradale, ecc.) o ancora contro le assicurazioni per gli incidenti stradali. Cause di massa, molto spesso espressione distorta di un uso del processo per spillare soldi allo Stato e alle imprese (in quest’ultimo caso, però, con l’effetto boomerang che poi le assicurazioni aumentano i premi e i produttori il costo di beni e servizi).

E’ una società che corre non sempre nella giusta direzione e la spinta a moltiplicare i ricorsi ed i contenziosi è qualcosa che richiederebbe forse una pausa di riflessione: la realtà non dichiarata è la proposizione ai cittadini di modelli “rivendicativi” che alimentano un uso distorto del processo, risorsa preziosa e non illimitata della nostra convivenza. Fingiamo di provarci ogni tanto con mediazioni ed istituti analoghi che talora sembrano solo produrre altri costi e molta burocrazia.

Sul tema dei costi della giustizia e di un uso ragionato ed accorto nell’accesso ad essa si potrebbe continuare a parlare a lungo, uscendo dalle maglie del gratuito patrocinio: dalle somme che lo Stato non recupera per multe ed ammende e sulle quali opera inutilmente il sistema di cancellerie ed esattorie, al mito sbandierato dei giudizi e delle condanne della Corte di Conti contro malversazioni pubbliche che non si riesce ad eseguire davvero, ai giudizi tributari infiniti per bloccare furbescamente debiti piccoli e grandi verso l’Erario, alle contorsioni astruse dei giudizi davanti ai TAR tra annullamenti, ottemperanze e commissari “ad acta”.

Tutti campi nei quali il problema dei costi della giustizia e del bilanciamento con i diritti veri o presunti è cruciale e presenta aspetti di ambiguità. Ciascuno andrebbe studiato senza pregiudizi ideologici e senza spinte corporative, cosa che appare purtroppo oggi quasi impossibile.

La strada stretta o la scommessa è però proprio questa: divenire sempre più cittadini consapevoli, non “followers”, lavorando su modelli di comunità “competente”, che è la denominazione azzeccatissima di una realtà associativa calabrese (mi riferisco al nostro Rubens Curia), nata per studiare in modo serio ed eticamente consapevole i guasti della sanità Calabrese. Modello che applicare ai tribunali non sarebbe male.

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