Prima la cura del carcere: perché questa legge rappresenta un passo di civiltà

L’approvazione definitiva del disegno di legge sulla detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti, è un passo di civiltà

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Con l’approvazione definitiva del disegno di legge sulla detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti, il Parlamento compie una scelta che la Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT ETS) attendeva da tempo. Una scelta che non mette in discussione la certezza della pena, ma riconosce un principio fondamentale: quando il reato è strettamente legato a una condizione di dipendenza patologica, la risposta dello Stato deve affiancare alla sanzione un autentico percorso di cura. Per noi questo rappresenta un passo di civiltà.

Lo ripetiamo da anni: ogni giorno in più di carcere per una persona tossicodipendente è un giorno di troppo, è un giorno perduto. Non perché la responsabilità penale venga meno, ma perché la dipendenza è una malattia e il carcere, da solo, difficilmente riesce a curarla. Curare una persona significa invece ridurre la recidiva, aumentare la sicurezza e offrire una concreta possibilità di ricostruire la propria vita.

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Il cuore della riforma

Come FICT ETS, che riunisce oltre 600 servizi attivi in tutta Italia nell’ambito delle dipendenze e dell’inclusione sociale, accogliamo quindi con soddisfazione una riforma che rafforza la centralità della cura, del recupero e del reinserimento sociale, riconoscendo il ruolo delle comunità terapeutiche nell’esecuzione penale esterna.

Questo risultato non nasce per caso. Nell’ultimo anno il confronto con il Governo è stato costante, grazie anche alla mediazione del Dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze e del Sottosegretario Alfredo Mantovano. Molte delle osservazioni avanzate dalle reti delle comunità terapeutiche sono state accolte, migliorando un testo che oggi appare più aderente ai bisogni reali delle persone e più efficace sotto il profilo terapeutico.

In queste ore molti titoli parlano genericamente di “detenzione domiciliare”, alimentando l’idea che le persone detenute torneranno semplicemente a casa. È importante chiarire che non è così.

Il cuore della riforma è la detenzione domiciliare terapeutica, costruita attorno a un programma individualizzato predisposto dai Servizi per le Dipendenze (Ser.D.), condiviso con l’Ufficio di esecuzione penale esterna e autorizzato dalla magistratura di sorveglianza.

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Programmi residenziali e semiresidenziali

Il modello ordinario previsto dalla legge è rappresentato dalle comunità terapeutiche accreditate e dalle strutture residenziali del Servizio sanitario nazionale. Qui la persona continua a scontare la propria pena, ma lo fa seguendo un percorso terapeutico, educativo e riabilitativo, sottoposto a controlli e verifiche.

La riforma introduce però anche una novità importante: accanto ai programmi residenziali vengono riconosciuti quelli semiresidenziali, che consentono di costruire interventi più flessibili e realmente personalizzati.

In questi casi la persona svolge durante il giorno il proprio programma terapeutico e, terminata l’attività, può trascorrere la notte in un luogo ritenuto idoneo. Può trattarsi di una struttura di housing sociale, di un’altra struttura autorizzata, in alcuni casi dello stesso istituto penitenziario o, solo quando ricorrono tutti i presupposti previsti dalla legge, vi sia un contesto familiare adeguato e il magistrato di sorveglianza lo ritenga compatibile con il programma terapeutico, anche della propria abitazione.

Non esiste dunque alcun automatismo. Ogni situazione sarà valutata caso per caso. Il centro della riforma non è il luogo in cui si trascorre la notte, ma il progetto terapeutico.

Proprio per questo è sbagliato leggere questa riforma come uno “svuotacarceri”. Le comunità terapeutiche non sono e non devono diventare una semplice alternativa al carcere. Sono servizi sanitari accreditati nei quali si realizzano percorsi terapeutici individualizzati.

Le persone arrivano nelle nostre comunità per curarsi, non per essere semplicemente trasferite da una struttura all’altra.

È un principio che abbiamo sempre difeso e che la legge oggi riconosce con maggiore chiarezza.

La riforma, tuttavia, non si realizzerà da sola. Per funzionare servirà quello che mi piace definire un patto di comunità.

Magistratura, amministrazione penitenziaria, Servizio sanitario nazionale, Ser.D., enti locali, Terzo settore e comunità terapeutiche dovranno lavorare insieme. Nessuno può pensare di affrontare una sfida così complessa da solo.

Il Terzo settore, del resto, non è un soggetto esterno al sistema pubblico. Svolge una funzione pubblica e rappresenta una componente essenziale della rete dei servizi che ogni giorno accompagna migliaia di persone fuori dalla dipendenza.

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La sicurezza non è in contrapposizione con la cura

Anche le comunità terapeutiche sono chiamate a una responsabilità importante. Le strutture accreditate devono essere pronte ad accogliere le persone inviate dall’autorità giudiziaria, evitando che ostacoli organizzativi compromettano l’efficacia della riforma. Il diritto alla cura deve poter essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Naturalmente questa legge non risolve da sola né il problema del sovraffollamento carcerario né quello delle dipendenze.

Serviranno investimenti per rafforzare i Ser. D., sostenere le comunità terapeutiche, ampliare i posti disponibili e consolidare la rete territoriale.

Solo così il diritto alla cura riconosciuto dalla legge potrà trasformarsi in una reale opportunità di recupero.

La sicurezza non è in contrapposizione con la cura. Al contrario: una persona che riesce a uscire dalla dipendenza è una persona che ha molte meno probabilità di tornare a delinquere. Per questo investire nella cura significa investire anche nella sicurezza delle nostre comunità.

Il Parlamento ha indicato una strada importante, pienamente coerente con l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Adesso quella strada dovrà essere percorsa fino in fondo. Perchè la pena resta, ma, finalmente, può diventare anche un’occasione concreta di cambiamento, di responsabilità e di rinascita. È questa la sfida che ci attende.

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*L’autore è Presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT ETS)

*Con riferimento all’art.19 del Codice deontologico dei Giornalisti, l’autore dichiara che per i contenuti dell’articolo non si è avvalso del contributo dell’Intelligenza Artificiale

In copertina foto di lechenie-narkomanii da Pixabay

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